giovedì 9 ottobre 2008

In ricordo di un Uomo

Lo incontrai nel luglio 2005.
Correva in una gara minore, di quelle dove neanche paghi il biglietto per assistervi.
Me lo trovai davanti all'improvviso, con quel sorriso famoso che aveva attraversato generazioni di sportivi e non; quel sorriso che era il suo marchio, molto più della sua firma; quel sorriso con cui aveva affrontato le avverse sorti e che ormai da vent'anni lui regalava a tutti quelli che lo circondavano e di cui lui si occupava.





Avevo 12 anni quando iniziai a incollarmi alla televisione la domenica pomeriggio per guardare le imprese in bianco e nero di Clay.
Vinceva poco, ma che importava? sapeva trasmettere la passione e l'entusiasmo che per un ragazzino di 12 anni erano la cosa più importante.
Poi mi sedevo nell'auto di mio padre e facevo finta di essere Clay, questa volta sì, vincitore.


Quando lo incontrai, di fianco alla sua fedele Mustang rossa, non era ancora vestito per la gara. Mi rivolse un sorriso che mi lasciò solo il coraggio di rispondere con un sorriso.





Poi la grande cavalcata con la Rossa, la Ferrari.
Le emozioni che trasmetteva.
La sua grandezza: essere solo un uomo, non una macchina, non un freddo calcolatore, non un opportunista.
Solo un uomo, che sapeva vivere la sua passione, che sapeva amare ciò che faceva e sapeva farlo amare agli altri.
L'abbandono della Ferrari...si chiudeva un'epoca, molto molto di più dell'abbandono di Lauda.
Passano i Gran Premi; si arriva ad una notte americana, un banale pezzo di metallo che si spezza....lo schianto.
Clay non si lasciò schiantare. Ben presto fu ancora alla ricerca di nuove sfide per la sua vita e per la gioia e l'emozione di chi non smise di seguirlo.


Quel giorno di luglio in pista, per me, c'era solo lui. C'era il rumore della sua Mustang rossa, c'era la sua grinta, c'erano le sue traiettorie...
Anche quel giorno non vinse. La fedele Mustang rossa lo tradì.
Ma che importava? Clay era sempre il numero 1 che mai aveva portato.





Clay non c'è più.
Un altro schianto, senza più prova di appello.
Non in pista, la pista che lui amava.
Non sulla Mustang rossa.
Ha lasciato dietro di sè il ricordo di un Uomo che mai ha lasciato la vita soccombere alla sfortuna. Ha lasciato una Fondazione per quelli che non hanno avuto la sua fortuna.
Ci ha insegnato che non è necessario vincere per essere Grandi, non è necessario essere macchine belle e perfette per saper dare qualcosa: è la nostra passione che vive con noi e dopo di noi. Tutto il resto è Audience.
Grazie
Sono sicuro che, nei Campi Elisi in cui ora è, avrà già trovato la Mustang e la pista che lo aspettavano.



Ciao Clay

martedì 20 maggio 2008

Lisbona, il confine del Viaggiatore

"Dimmi, anima mia, povera anima infreddolita, che ne diresti di abitare a Lisbona? Lì deve fare caldo, e così potresti riprendere forza come una lucertola al sole. È una città in riva al mare; dicono che è tutta fatta di marmo, e che la gente ha un tale odio per la vegetazione che strappa via tutti gli alberi. È un paesaggio di tuo gusto; un paesaggio fatto di luce e di minerale, e dell'elemento liquido che li riflette!” (C.Baudelaire)

Il Viaggiatore che arriva a Lisbona, dopo una rincorsa lungo tutta la penisola iberica, si trova in bilico in punta di piedi, sospeso tra l’Atlantico e l’Europa. Rimane lì, con le braccia spalancate come la copia del Cristo del Corcovado che domina la foce del Tago, sbigottito all’idea che quella sia realmente una linea di confine e che l’unica via sia quella del ritorno.




Ritorno e sospensione.
Questa è l’essenza di Lisbona, una anziana Signora sdraiata lungo le rive del dulce Tejo, con la testa nel Bairro Alto, le tette nella Rua Augusta ed il cuore, il grande cuore, nell’Alfama.





Il Viaggiatore rimane stordito, intuendo – più che vedendo – l’eleganza di questa anziana signora, abbagliato dai colori, dai profumi, dai suoni, dai silenzi.







Sono arrivato a Lisbona nelle peggiori condizioni possibili. La mia testa ed il mio cuore erano pieni delle note struggenti di Dulce Pontes e Teresa Salgueiro, dei capolavori di Saramago, Pessoa e Tabucchi, delle foto di tanti Maestri che l’hanno ritratta. Molte altre volte, nei viaggi così come in amore, mi sono accostato al sogno pieno di certezze e ne sono uscito ricco di delusione….
Così sono arrivato a Lisbona timoroso di scoprire che la realtà fosse di nuovo un passo indietro ai sogni del Viaggiatore.
Ma è bastato poco per decidere di buttare via la preziosa guida e la precisa mappa acquistate, per affrontare il cammino mille altre volte imboccato nei sogni e lasciarsi perdere in quei vicoli carichi di vita scolpiti nel cuore della città.







A Lisbona il Viaggiatore può perdersi senza mai sentirsi sperduto; può non conoscere il passo, ma riconosce il cammino, guidato da un etere pervasivo fatto di gente, di umanità, di una lingua magari sconosciuta ma di una bellezza sovrannaturale: fai presto a convincerti che la lingua degli Angeli non può che essere il Portoghese e la voce del Fado te ne dà la prova….
(Per favore, provate ad ascoltare “Lagrimas” o “Cancau do Mar” nella versione di Dulce Pontes e capirete; poi provate ad immaginare di ascoltarla in un vicolo dell’Alfama e capirete anche perché mi sono fermato con gli occhi lucidi….)







Lisbona non è come le altre grandi Capitali. Lo splendore del passato – decadenza di oggi – è indossato con una dignità che solo la Storia può concederti; non esiste vergogna o imbarazzo nel mostrarsi, l’antico si integra nel nuovo e nel turistico con una naturalezza a noi sconosciuta.






Riparti da Lisbona con l’anima piena di sensazioni: il turista porta a casa souvenirs, il Viaggiatore torna carico di emozioni